EL SALVADOR: LA FABBRICA OCCUPATA DIVENTA SPAZIO FEMMINISTA

EL SALVADOR: LA FABBRICA OCCUPATA DIVENTA SPAZIO FEMMINISTA

di Maria Teresa Messidoro (*)

La storia di 113 operaie che occupano la fabbrica Florenzi a San Salvador per esigere i propri stipendi e acquisiscono nuove consapevolezze di genere. Una storia molto latinoamericana.

2 minuti e mezzo per uniforme.

Tempo necessario per cucire l’uniforme, comprese le rifiniture e gli adesivi, stirarla e impacchettarla.

Significa 25 uniforme per ogni ora di lavoro.

Con otto ore di lavoro al giorno si arriva a 200 uniformi diarie.

Se ogni uniforme vale 5 centesimi di dollari si possono ricevere i 9,87 dollari previsti come paga giornaliera.

Quasi 140 dollari ogni 14 giorni, la paga pattuita.

Spesso consegnata in ritardo.

Ciascuna uniforme, marca Grey’s Anatomy Scrubs, sarà venduta su Amazon a circa 30 dollari.

La prima parte della storia qui raccontata in numeri si svolgeva in El Salvador, a Soyapango, un comune industriale dell’area metropolitana di San Salvador. Più precisamente nella maquila Florenzi, che lavorava per clienti come la BARCO (proprietaria dell’uniforme medica Grey’s Anatomy) o la Pierre Cardin. Spesso subappaltava lavori ad altre piccole imprese.

Con la Ley de Zonas Francas Industriales y de Comercialización, approvata durante il governo di destra di Calderón Sol nel 1998, in El Salvador, le industrie che si insediano in queste zone godono di privilegi fiscali, in cambio di offerta di mano d’opera a basso costo. Sono principalmente le maquilas che lavorano nel campo tessile per grandi firme: tra il 2015 e il 2019, in El Salvador, nelle 17 zone franche, vi erano impiegate annualmente circa 63 mila persone, in prevalenza donne.

Con pochissimi diritti.

Soyapango, con un’alta concentrazione di maquilas, ha visto moltiplicare per sei la sua popolazione in due decenni, passando dai 43 mila abitanti nel 1971 ai 261 mila nel 1992. Secondo le previsioni per il 2020, la cittadina, che ha una superficie di appena 30 km quadrati, potrebbe arrivare ad una densità di 10 abitanti per kilometro quadrato.

Dal 8 luglio 2020 la Fabbrica Florenzi non è più una maquila. Ora è una fabbrica occupata dalle sue dipendenti; quelle donne che per anni hanno lavorato duramente otto ore per un salario minimo, ora passeggiano nell’installazione deserta che hanno reso temporaneamente propria.

Le macchine da cucire, i fili ed i bottoni hanno cessato di essere materiale di lavoro per produrre camicette o altri capi firmati. La fabbrica si è trasformata in un accampamento, dove le 113 ex lavoratrici resistono per ricevere i compensi che spettano loro. La fabbrica rimarrà sotto il loro controllo fino a quando il padrone non pagherà loro l’indennità e i quattro mesi di salario; sennò, cercheranno di ottenere giustizia per via legale, anche se finora – nonostante le denunce, le richieste e l’occupazione dello stabilimento – il padrone non ha risposto.

Tutto iniziò il 18 marzo di quest’anno quando il presidente Nayib Bikele, allo scoppiare della pandemia, ordinò la chiusura totale delle 152 maquilas e call centers funzionanti nel Paese, per la loro alta concentrazione di lavoratrici. A differenza di Honduras e Guatemala, il lavoro delle fabbriche tessili non fu considerato essenziale, quindi questa chiusura ebbe come conseguenza un ritardo nelle consegne, una diminuzione dei guadagni sperati dai padroni delle maquilas: si presume che nel 2020 ci sarà una riduzione dei guadagni delle maquilas del 20%.

Alcune di loro non hanno quindi rispettato i tempi di pagamento.

L’industria Florenzi fu una di queste.

L’11 settembre, una cliente della marca Grey’Anatomy si congratula così: «Nel momento più difficile della pandemia a New York, sono riusciti ad inviarci le loro meravigliose uniformi per la squadra. Non potremo mai dimenticare ciò che hanno fatto per noi».

Senza sapere cosa stava succedendo in una fabbrica come la Florenzi.

Nella nascita della Florenzi, nel 1985, vennero coinvolte persone importanti della vita sociale e politica salvadoregna: nei primi anni, Carlos Humberto Henríquez, ex direttore esecutivo della Comisión Ejecutiva Hidroeléttrica del Rio Lempa, una impresa statale che genera energia idroelettrica, sfruttando le acque del fiume (il più grande di El Salvador) era il responsabile giuridico.

Il padrone e rappresentante della Florenzi era Roberto Pineda, appartenente a una delle storiche famiglie oligarchiche, ex direttore del Club Campestre Cuscatlán, uno dei luoghi più esclusivi del Paese. È morto a giugno di quest’anno, lasciando in eredità la fabbrica al figlio, Sergio Pineda, che non si è mai presentato per una trattativa con le operaie, nonostante abbia dichiarato pubblicamente di averlo fatto almeno quindici volte; è sempre stato smentito dalle operaie.

La famiglia Pineda non ha mai pagato i 4 mesi di salario dovuti alle più di 200 operaie, né i contributi per gli anni di lavoro; in compenso ha offerto a loro una macchina da cucire, una Singer o una Brother, presenti nello stabilimento; sono macchine che nuove possono costare anche fino a 200 dollari, ma queste hanno almeno una decina di anni di usura. Quasi la metà accettò, ma 113 donne rifiutarono il compromesso: il loro salario mensile è il minimo salariale, 300 dollari mensili: secondo i loro calcoli, la Florenzi deve loro – solo per i salari non corrisposti – almeno 500 mila dollari.

Nel 2018, secondo i dati ufficiali, gli utili della Florenzi sono stati 160 mila dollari. La multinazionale BARCO, nel 2020 (fino ad oggi) ha invece registrato introiti pari a 36 milioni di dollari.

L’occupazione è logorante, diventa pesante reggere la situazione, è indispensabile lavorare per pagare luce e acqua in casa, oltre a comprare il cibo. Contemporaneamente il silenzio del padrone demoralizza le operaie, alcune si arrendono, lasciano l’occupazione. Delle iniziali 113 sono rimaste in 106.

Chi ha lasciato la lotta, non ha abbandonato le compagne: spesso passa portando qualcosa da mangiare, frutta o carne, magari un po’ di soldi… dei pochi che guadagna.

L’occupazione della Florenzi non è soltanto la lotta di donne che combattono contro un sistema neoliberista in cui i poveri cuciono per pochi soldi ciò che i ricchi indosseranno. C’è un cambiamento sostanziale rispetto al modello di protesta operaia tipica dei movimenti sociali salvadoregni (e di tutto il mondo) del secolo scorso: questa occupazione ha assunto, con il passare dei mesi, una caratteristica di genere, diventando uno spazio femminista.

Adesso le operaie partecipano a seminari settimanali gestiti da organizzazioni femministe, come Ormusa, la Organización de Mujeres Salvadoreñas por la Paz; «come abbiamo imparato a rompere con i modelli di violenza, molte donne presenti in questa occupazione incominciano anche a capire che non sono oggetto né schiave della casa; perciò molti dei loro mariti non accettano la loro partecipazione a questa azione» afferma Nery Ramírez, una delle dirigenti riconosciute del gruppo.

Ha 40 anni, ha lavorato 7 anni nella Florenzi, dopo essere stata licenziata in due altre maquilas dove aveva cercato di creare un sindacato, azione osteggiata dai padroni.

Passa tutto il tempo lungo i marciapiedi davanti allo stabilimento, parla con gli avvocati, giornalisti e attiviste, coordina gli alimenti e gli aiuti economici che giungono dall’esterno. È la responsabile della disciplina, pronta a rimproverare chi non rispetta i propri compiti, si occupa delle operaie anziane, anche di quelle malate.

«L’altro giorno una compagna ci ha raccontato che per la prima volta ha avuto il coraggio di dire alla propria famiglia che non era la loro cholera, impiegata domestica; suo marito le ordinò di stirare ma lei si è rifiutata»; Nery ride mentre lo racconta, è consapevole che questa non è solo una battaglia legale per i propri diritti, è qualcosa altro che sta nascendo.

Finora, in El Salvador, la mobilitazione femminista si è incentrata nella lotta per i diritti riproduttivi: è molto sentito il problema dell’aborto, ancora oggi pesantemente penalizzato fino a trent’anni di carcere, per procurato omicidio.

La Colectiva Amorales, Ormusa e la Red de defensoras de los derechos humanos hanno incominciato questa estate a presentarsi davanti alla maquila Florenzi, diventando poco a poco le migliori alleate delle operaie. Le 113 donne impararono a organizzare la protesta, a mantenere chiuso lo stabilimento, entrando solo quando è strettamente necessario, per non procurare danni ai macchinari; poco alla volta hanno compreso il significato politico della loro presenza fuori di quella fabbrica dove sono state per anni soltanto numeri.

Molte di loro finora non avevano mai sentito parlare di femminismo: «Per essere veramente femminista, bisogna essere preparate, per avere il diritto di nominarsi in questo modo: è un lungo lavoro di preparazione. Io posso dire che lo sono al 50%, mi manca ancora molto da imparare. Ma questa è una lotta femminista, ogni giorno che passa le operaie si stanno sempre più appropriando dei propri diritti, lottano e difendono non solo un posto di lavoro» sostiene Nery, a cui piace più che femminismo la parola sororidad, sorellanza.

Il 17 agosto un gruppo di operaie della Florenzi protestarono di fronte al Ministero del Lavoro salvadoregno; con microfono e cartelli, hanno bloccato il traffico nel centro della capitale, accusando il ministro Rolando Castro di proteggere gli interessi del padrone, non dei lavoratori. Fu così che i giornalisti “scoprirono” il caso Florenzi, mentre gruppi femministi, come il collettivo Majes Emputadas, erano in strada, solidarizzando con le lavoratrici.

Il ministro non le ricevette ma il 28 agosto rappresentanti delle occupanti della fabbrica, insieme a delegate delle organizzazioni femministe, furono ascoltate nella Commissione del Lavoro dell’Asamblea Legislativa, per denunciare il caso davanti a un gruppo di deputati.

Ora l’impegno è rafforzare le pressioni sul ministro per affrontare e risolvere il caso.

Sempre in agosto, uomini travestiti da poliziotti hanno cercato di portare via alcuni macchinari e il materiale ancora presente nella fabbrica, ma le donne non lo hanno permesso.

Il 22 settembre la Ministra de Vivienda (una sorta di ministero del Benessere Sociale), Michelle Sol, sotto pressione dei collettivi femministi e delle reti sociali, si impegnò a incontrare le lavoratrici della Florenzi, per ascoltarle. Non lo fece, in compenso pochi giorni dopo inviò esattamente 90 borse di alimenti, con l’equipe video del suo ministero, per dimostrare pubblicamente la donazione.

In questi quattro mesi le attuali 106 operaie delle 113 iniziali hanno presentato denunce alla Fiscalia, al Ministero del Lavoro, visitando uffici governativi e incontrando giornalisti. Per loro l’occupazione è una lotta, che comprende sicuramente l’aspetto legale contro i padroni della Florenzi. Però mentre resistono nei locali di ciò che fu il loro posto di lavoro, proteggendo quei macchinari che rappresentano la loro unica garanzia per ottenere giustizia, stanno costruendo uno spazio femminile totalmente nuovo per molte di loro.

Sono donne sposate, madri ed anche nonne. I seminari a cui hanno partecipato hanno permesso di scoprire la propria identità in quanto donna, i propri diritti e le proprie necessità. La maquila è diventato un luogo amorevole e confortevole, molto di più della loro casa.

Davanti alla Florenzi, tutti i giorni, alle 5 della mattina, en la madrugada, le donne incominciano ad organizzarsi, a preparare la colazione. Chi termina il suo turno chiama un taxi, uno di quei pochi che le pandillas permettono arrivare nei loro quartieri. Quelle che rimangono, accendono il fuoco, si lavano, conversano tra di loro. Più riposate, le donne presenti sorridono e parlano a voce alta.

 

«Imaginese. Immaginatevi. Che tutto questo sia nostro. Cosa potremo farne?».

La risposta è chiara: «La faremmo funzionare come sappiamo fare».

Perché la fabbrica già sembra loro, l’hanno capito.

E conquistato.(1)

  

Note:

1.       In questi articoli la storia completa dell’occupazione della Florenzi 

      https://www.alharaca.sv/investigaciones/resistir-entre-hilos-sin-salarios-y-en-pandemia/

https://desinformemonos.org/un-centenar-de-trabajadoras-toma-una-maquila-en-el-salvador-y-la-convierte-en-un-espacio-feminista/

 

Giustizia per Evelyn

El Salvador: giustizia finalmente per Evelyn

Riflessioni a più mani su bambine violate e donne a cui è stata resa giustizia

di Maria Teresa Messidoro 

 

El Salvador nasce da una madre violata

Scrive Carmen Valeria Escobar l’11 maggio di quest’anno sulla rivista digitale Gatoencerrado:

“El Salvador nasce da una madre giovane, povera, spaventata. Noi salvadoregni nasciamo da bambine, madri che sono bambine. Il vero El Salvador, quello che vive lontano dai centri commercial e più vicino alle viscere della terra, è partorito da madri violate. Un anno fa, ho avuto l’opportunità di entrare, come giornalista, nella sala ostetrica di un ospedale pubblico nella regione orientale del paese.

Entrare in uno di questi ospedali è vedere da vicino la disuguaglianza. Però entrare nell’aera dei neonati è diverso: è entrare in un altro mondo. L’atmosfera è più leggera e tra grida di dolore, boccate d’aria e spinte, ci sono anche sorrisi, pianti e parole genuine di amore.

Appena entrata, mi scontrai con una fila di letti, a poca distanza l’uno dall’altro, che ospitavano le donne in attesa di partorire. Qui, in ogni turno, secondo il personale medico, c’è almeno una ragazza con meno di 16 anni in attesa di dare alla luce il figlio. Queste minorenni in gravidanza, l’anno passato, erano 543, recitano i dati ufficiali del Ministero di Salute.

Nell’ospedale ho conosciuto Maria, una delle 543. Aveva 12 anni, molto magra e altrettanto graziosa. Due occhi verdi impossibili da dimenticare. Già da lontano, si notava il suo non sentirsi a suo agio, la sua espressione era  grigia come la stanza in cui si trovava. Al suo fianco riposava una bebè, che alcune ore prima era nata dal suo corpo magro e debole. Vicino a Maria c’era sua madre, una signora con il fazzoletto in testa, che non smetteva di piangere. Questa esperienza contrastava con quella delle altre donne dei letti accanto, che viceversa ridevano e celebravano l’arrivo di un piccolo nuovo essere in famiglia. Maria e sua madre, invece, avrebbero preferito uscire dall’ospedale senza niente.

Nove mesi prima, Maria era andata in un negozio. Mentre ritornava a casa, uno dei tanti ragazzi la intercettò. La prese, la toccò, la baciò e la violò. Una delle cose che lei ricorda di tutta quella vicenda sconvolgente è che lui si avvicinò al suo orecchio per dirle che era molto bella e ormai grande. Ma Maria era, ed è, una bambina.

Quando tutto finì, Maria si sistemò la gonna e decise di continuare la sua vita. Cosa le rimaneva? Non aveva intenzione di raccontarlo a qualcuno, però la divisa della scuola incominciò a starle stretta e la pancia incominciò a crescere.

Quando si resero conto della violenza subita, i suoi genitori la trasportarono in ospedale. Lì, i responsabili del Consejo Nacional de la Niñez y la Adolescencia (Conna) decisero che era meglio tenere sotto osservazione la bambina. La cosa più sicura non era chiamare la polizia, tantomeno presentare una denuncia alla Procuradoria para la Defensa de los Derechos Humanos (PDDH). La cosa più sicura non era procurare giustizia, bensì nasconderla. Ci sono zone in El Salvador dove la giustizia nemmeno si affaccia.

In ospedale, Maria non parlava più come una bambina. “A me piaceva andare a scuola”, diceva piangendo, mentre sistemava una pila di pannolini in uno zaino.

Se la rassegnazione ha un volto, è quello di Maria, piegando i vestitini della sua neonata, per iniziare una nuova vita che non aveva mai cercato. Se la disperazione ha un volto è quello di sua madre che reclama giustizia. E se la frustrazione ne ha uno, quello era il mio.

Maria è una delle vittime di uno Stato che storicamente ha deciso di ignorare le bambine. Di uno Stato che davanti a tutti permette violazioni di bambine, che le lascia partorire e dopo dice loro che si rallegrino perché essere madre è una benedizione.

Cosa possiamo aspettarci da un paese che nasce da una bambina spaventata? Cosa possiamo aspettarci da un paese che nasce da una bambina rassegnata a diventare madre?

Ci spaventa la violenza. Ci spaventano gli omicidi di un fine settimana, come lo scorso aprile, quando ci fu un’impennata e si arrivò a 80 omicidi. Alcuni politici usano persino questi morti per creare discorsi a proprio favore. Ci da fastidio la violenza, ma non la mettiamo in discussione. Parliamo della violenza come se nascesse dal niente.

Non parliamo di questa bebè di Maria che è nata dalla violenza. Quando questa bambina è nata, non ci è importato. Era uno in più di quei bambini che nascono in queste stanze d’ospedale strapiene. Ci sembra naturale. Ci siamo ormai abituati a qualcosa di orribile: a convivere con la vessazione e la violazione di bambine. Come questo testo: lo leggeremo, ci terrorizzerà tanto come un film … e dopo niente. Tutto continuerà uguale. In realtà non ci fa suonare un campanello d’allarme il fatto che una bambina metta alla luce un’altra bimba.

Un anno fa Maria uscì da questo ospedale con la piccola tra le braccia. Rassegnata.” 1

Giustizia per Evelyn Hernández, simbolo di una lotta femminista.

Dopo che ho letto questo articolo, ho provato tristezza, rabbia, stupore no, perché purtroppo conosco cosa succede in El Salvador, da quando insieme ad altr@ compagn@ di strada cerchiamo di costruire relazioni solidali e di scambio con uomini e donne salvadoregne. Fortunatamente, un’altra notizia, negli stessi giorni, mi ha colpito, questa volta favorevolmente.

Foto/Agrupación Ciudadana

Il movimento femminista salvadoregno ha avuto il merito in tutti questi anni di rendere visibili le conseguenze della penalizzazione assoluta dell’aborto in El Salvador, legge in vigore dal 1998 2

Ha infatti sempre denunciato le condanne fino a 30 e 40 anni di prigione di donne che hanno dovuto affrontare emergenze ostetriche e/o parti extraospedalieri, subendo l’accusa di aborto e procurato omicidio. Questa è stata la storia di Evelyn di cui oggi un’stanza superiore del Sistema Giuridico di El Salvador conferma l’innocenza, dopo una lunga battaglia condotta nelle aule dei tribunali, ma anche con le manifestazioni e appelli internazionali. Si ribadisce dunque il giudizio emesso con la prima sentenza del Tribunale di Cojutepeque nell’agosto 2019.

Nell’aprile del 2016, Evelyn ha sofferto un’emergenza ostetrica e la sua famiglia la portò all’ospedale più vicino in cerca di aiuto; invece Evelyn fu denunciata, arrestata e ammanettata alla barella del centro di salute. Nel 2017 venne giudicata e rinchiusa in prigione con una sentenza di 30 anni per omicidio aggravato, senza nessuna prova; nel 2018 la sentenza venne annullata, ordinando un nuovo giudizio, in cui Evelyn fu assolta. L’accusa si appellò, rifiutando il nuovo verdetto, ed ora, finalmente, Evelyn viene completamente assolta.

Morena Herrera, portavoce della Agrupación Ciudadana por la despenalización dell’aborto, ha manifestato la propria soddisfazione per la risoluzione adottata, ringraziando il lavoro di persone ed organizzazioni che hanno lottato in tutto il mondo per la libertà di Evelyn. “Il verdetto conferma che la giustizia è una strada da percorrere per la libertà delle donne” ha affermato.

E’ stata una vittoria per il movimento femminista salvadoregno, ma le battaglie non si fermano qui. Negli stessi giorni in cui è stata finalmente assolta Evelyn, organizzazioni di donne e dei diritti umani di El Salvador hanno emesso un comunicato in cui si chiede che vengano rimesse in libertà tutte le donne incarcerate con la colpa di una emergenza ostetrica.

Foto/Agrupación Ciudadana

La petizione si basa sulle raccomandazioni di organismi internazionali che chiedono di decogestionare le carceri, liberando prima di tutto le persone vulnerabili per evitare contagi di massa.

In El Salvador la popolazione carceraria fino a dicembre 2018 era di 39.000 persone, di cui quasi 28.000 condannati e gli altri 12.000 in attesa di processo. Secondo dati del World Prison Brief in El Salvador ci sono 597 prigionieri ogni 100.000 abitanti, collocandolo tra i primi paesi al mondo er affollamento carcerario. Quasi il 10% dei reclusi sono donne.

A causa della pandemia, la Comisión Interamericana de Derechos Humanos ha chiesto agli stati di concedere libertà anticipata per le persone con maggior rischio, tra cu si collocano le donne in cinta o con bambini, in particolare coloro che hanno già espiato un terzo delle condanne che comunque non avrebbero dovuto subire.

Il comunicato sottolinea che molte delle donne incarcerate ingiustamente hanno figli minori di 12 anni che le stanno aspettando a casa e inoltre ricorda che il Grupo de Trabajo sobre Detención arbitraria delle Nazioni Unite, in un documento di marzo, ha denunciato che in El Salvador si verificano detenzioni arbitrarie di donne che hanno subito emergenze ostetriche.

“Il contesto normativo salvadoregno è discriminatorio, in quanto restringe i diritti umani e la dignità delle donne, criminalizzando i loro diritti riproduttivi e quei comportamenti che sono il risultato diretto della mancanza cronica di accesso alla salute; tale situazione si aggrava ancora di più con la pandemia COVID 19” Così si conclude il comunicato, ricordando prima di tutto allo Stato Salvadoregno, che giustizia deve esserci, anche se è già tardi per quelle donne che hanno trascorso in prigione la propria giovinezza. 3

Ma che almeno non sia troppo tardi.

Foto/ Agrupación Ciudadana

https://revistalabrujula.com/2020/06/10/solicitan-que-las-mujeres-encarceladas-por-emergencias-obstetricas-sean-liberadas-ante-pandemia-covid-19/

1. L’articolo originale qui https://gatoencerrado.news/2020/05/11/el-salvador-nace-de-una-madre-violada/

2. Vedere l’articolo in La Bottega del Barbieri: https://revistalabrujula.com/2020/06/08/se-confirma-resolucion-absolutoria-para-evelyn-hernandez-una-lucha-juridica-y-feminista/

3. In questo articolo si presenta la legislazione sull’aborto in altri paesi latinoamericani https://revistalabrujula.com/2020/06/10/solicitan-que-las-mujeres-encarceladas-por-emergencias-obstetricas-sean-liberadas-ante-pandemia-covid-19/

*vicepresidente Associazione Lisangà culture in movimento, www.lisanga.org

 

 

L’ultimo parrucchiere. Una storia triste a San Salvador.

L’ultimo parrucchiere

Una storia triste a San Salvador

di Maria Teresa Messidoro *

Nel 1986 mi recai per la prima volta in El Salvador, per partecipare, come osservatrice internazionale, al primo congresso organizzato alla luce del sole in piena guerra civile da ANDES 21 de Junio, il sindacato degli insegnanti salvadoregni.

Fu una visita breve, ma intensa, che cambiò radicalmente la mia vita, i miei interessi e le prospettive di un impegno solidale che dura tutt’oggi.

Nella mia memoria, di quella settimana non sono rimaste soltanto le attività svolte e le persone incontrate, ma anche quegli episodi di vita quotidiana che per me saranno sempre associati al popolo salvadoregno.

Eccone uno: agli incroci di San Salvador, caotica città allora, ancora più caotica oggi dopo quasi trentacinque anni, mentre il semaforo è rosso, gli uomini usano estrarre dal taschino del proprio camiciotto, quasi sempre imperlato di sudore per l’afa che opprime, un piccolo pettine; una passata veloce tra i capelli, un gesto curato nei particolari, come se fossero davanti ad uno specchio; e poi, al verde, pronti a scattare, soddisfatti della propria bella presenza.

Allora, pensavo, vuol dire che per i salvadoregni non si può trascurare la cura dei capelli: quindi i parrucchieri, los peluqueros, sono importanti, più diffusi e frequentati, ad esempio, degli sgabelli dei lustrascarpe, che pure esistono, e lavorano, soprattutto in centro capitale.

E se il centro storico di San Salvador rimanesse senza peluqueros? Catastrofe!!

Ma la catastrofe è avvenuta, precisamente il 7 maggio di quest’anno.

Per comprendere ciò che è successo, dobbiamo fare un passo indietro, al 1985.

Quando Fabián Rosales González, a 46 anni, con esperienza nel campo, apre per la prima volta il suo negozio, la peluqueria Libertad, a pochi passi dal Parque San José; ha ripetuto questo gesto ininterrottamente fino al 6 maggio 2020, sempre alle nove del mattino.

Don Fabián, come sono soliti chiamarlo i clienti, è stato un parrucchiere per 60 anni; con questo lavoro ha potuto mantenere sé stesso e sua moglie (anche lei ormai ottantenne), senza mai chiedere aiuto a qualche parente o amico compassionevole; le forbici che ha utilizzato nel suo negozio sono stati gli strumenti della sua sopravvivenza, e gli hanno permesso di mantenersi una casa nel quartiere Cimas San Bartolo, comune di Ilopoango, da cui, tutte le mattine, ha afferrato al volo l’autobus Ruta 29E per arrivare al Parque San José, a un paio di isolati dal suo negozio.

Don Fabián, che è nato precisamente il 20 gennaio 1939 ed è padre “di alcuni figli”, come lui stesso afferma, ne ha vissute di crisi, nazionali o internazionali: si ricorda della Guerra del Football tra El Salvador e Honduras, nel 1969, e ovviamente, purtroppo, della lunga guerra civile degli anni ‘80, così come della crisi sanitaria per la diffusione dell’AIDS sempre in quegli anni; ora si ritrova in mezzo alla pandemia del COVID, che è anche una crisi economica.

Nei giorni migliori, nella Peluqueria La Libertad, entravano anche dieci clienti al giorno: un taglio di capelli vale 2 dollari, quindi nei giorni fortunati don Fabián si portava a casa 20 dollari; l’affitto del locale costa 115 dollari al mese, più il servizio di acqua e luce: qualche dollaro rimaneva sempre in tasca per sopravvivere, anche dignitosamente.

Ma dal 21 marzo qualcosa è cambiato: è stata decretata la quarantena nazionale e pochi giorni dopo il sindaco di San Salvador ha imposto un cordone sanitario intorno al centro della capitale. E così, alla data del 5 maggio, tutti i negozi di parrucchieri erano chiusi, ad eccezione della Libertad; perché, nonostante il controllo dei soldati, della polizia e degli agenti municipali, don Fabián lasciava la porta semiaperta e qualcuno entrava comunque.

Alcuni dei suoi ultimi clienti esprimevano dubbi su questa pandemia che ha già ammazzato decine di migliaia di persone in tutto il mondo; alcuni non avevano nemmeno la mascherina e lo stesso don Fabián a volte si dimenticava di mettersela. “È sufficiente lavarsi le mani, verdad Don?”, diceva un cliente mentre Fabián eseguiva scrupolosamente il suo lavoro.

“Perché di qualcosa uno deve pur morire” aggiungeva un altro cliente, già ben pettinato, ma rimasto a chiacchierare, per passare il tempo.

Il parrucchiere crede nel destino, sul petto ha tatuato un capricorno, che secondo lui lo aiuta ad affrontare le difficoltà della vita.

Fabián si lamenta della sua età, a volte si dimentica di usare la mascherina in negozio, ma in strada no, troppo pericoloso non averla; non ha paura del virus, Fabián, ha paura però di perdere quel poco che possiede, soltanto per una distrazione.

Il 6 maggio Fabián ha ascoltato con attenzione il messaggio che il presidente Nayib Bukele ha voluto inviare alla nazione a reti unificate; “Ciò che può succedere è che un parrucchiere tagli i capelli ad un cliente che li ha troppo lunghi, un cliente malato di COVID anche se non lo sa; il parrucchiere fa semplicemente il suo dovere, ma poi, magari, torna a casa e contagia tutta la sua famiglia, portando così la morte nelle proprie quattro mura” ha detto il presidente, esemplificando, utilizzando una situazione ipotetica.

Ma Fabián è una persona reale.

Nei primi giorni di maggio, nella sua Libertad, spesso non entrava nemmeno un cliente; il 6 maggio, ne era entrato uno, prima di mezzogiorno; nel pomeriggio nessuno.

E così, alle 16,30 del pomeriggio di quel giorno, come sempre Fabián ha chiuso la Libertad, con i 2 dollari dell’ultimo taglio ha comprato un pezzo di pollo fritto ed è tornato a casa. Rumores diffondevano la notizia che il giorno dopo il paese si sarebbe paralizzato totalmente. Così non è successo, ma con il decreto 22 in vigore, il trasporto pubblico ha cessato di funzionare.

E così, Fabián, il parrucchiere più vecchio di San Salvador, l’ultimo rimasto aperto, non è più tornato a lavorare.

Lasciando desolatamente vuoto il centro della Capitale.

Ora più sola e più triste, senza don Fabián.

E chissà quale sarà il suo destino, ora che le forbici sono state appese al muro.

Forse non per sempre però, speriamo.

Nota: l’articolo è liberamente tratto da https://elfaro.net/es/202005/ef_foto/24395/El-%C3%BAltimo-peluquero-del-Centro-se-va-a-casa.htm

* Vicepresidente Associazione Lisangà culture in movimento, www.lisanga.org

 

Noticiero maggio 2020

 

Noticiero Maggio 2020

“Capitano, il mozzo è preoccupato e molto agitato per la quarantena che ci hanno imposto al porto. Potete parlarci voi?”

“Cosa vi turba, ragazzo? Non avete abbastanza cibo? Non dormite abbastanza?”

"Non è questo, Capitano, non sopporto di non poter scendere a terra, di non poter abbracciare i miei cari".

“E se vi facessero scendere e foste contagioso, sopportereste la colpa di infettare qualcuno che non può reggere la malattia?”

“Non me lo perdonerei mai, anche se per me l'hanno inventata questa peste!”

“Può darsi, ma se così non fosse?”

"Ho capito quel che volete dire, ma mi sento privato della libertà, Capitano, mi hanno privato di qualcosa".

"E voi privatevi di ancor più cose, ragazzo".

“Mi prendete in giro?”

"Affatto... Se vi fate privare di qualcosa senza rispondere adeguatamente avete perso".

“Quindi, secondo voi, se mi tolgono qualcosa, per vincere devo togliermene altre da solo?”

"Certo. Io lo feci nella quarantena di sette anni fa".

“E di cosa vi privaste?”

"Dovevo attendere più di venti giorni sulla nave. Erano mesi che aspettavo di far porto e di godermi un po' di primavera a terra. Ci fu un'epidemia. A Port April ci vietarono di scendere. I primi giorni furono duri. Mi sentivo come voi. Poi iniziai a rispondere a quelle imposizioni non usando la logica. Sapevo che dopo ventuno giorni di un comportamento si crea un'abitudine, e invece di lamentarmi e crearne di terribili, iniziai a comportarmi in modo diverso da tutti gli altri. Prima iniziai a riflettere su chi, di privazioni, ne ha molte e per tutti i giorni della sua miserabile vita, per entrare nella giusta ottica, poi mi adoperai per vincere.

Cominciai con il cibo. Mi imposi di mangiare la metà di quanto mangiassi normalmente, poi iniziai a selezionare dei cibi più facilmente digeribili, che non sovraccaricassero il mio corpo. Passai a nutrirmi di cibi che, per tradizione, contribuivano a far stare l'uomo in salute.

Il passo successivo fu di unire a questo una depurazione di malsani pensieri, di averne sempre di più elevati e nobili. Mi imposi di leggere almeno una pagina al giorno di un libro su un argomento che non conoscevo. Mi imposi di fare esercizi fisici sul ponte all'alba. Un vecchio indiano mi aveva detto, anni prima, che il corpo si potenzia trattenendo il respiro. Mi imposi di fare delle profonde respirazioni ogni mattina. Credo che i miei polmoni non abbiano mai raggiunto una tale forza. La sera era l'ora delle preghiere, l'ora di ringraziare una qualche entità che tutto regola, per non avermi dato il destino di avere privazioni serie per tutta la mia vita.

Sempre l'indiano mi consigliò, anni prima, di prendere l'abitudine di immaginare della luce entrarmi dentro e rendermi più forte. Poteva funzionare anche per quei cari che mi erano lontani, e così, anche questa pratica, fece la comparsa in ogni giorno che passai sulla nave.

Invece di pensare a tutto ciò che non potevo fare, pensai a ciò che avrei fatto una volta sceso. Vedevo le scene ogni giorno, le vivevo intensamente e mi godevo l'attesa. Tutto ciò che si può avere subito non è mai interessante. L' attesa serve a sublimare il desiderio, a renderlo più potente.

Mi ero privato di cibi succulenti, di tante bottiglie di rum, di bestemmie ed imprecazioni da elencare davanti al resto dell'equipaggio. Mi ero privato di giocare a carte, di dormire molto, di oziare, di pensare solo a ciò di cui mi stavano privando".

“Come andò a finire, Capitano?”

"Acquisii tutte quelle abitudini nuove, ragazzo. Mi fecero scendere dopo molto più tempo del previsto".

“Vi privarono anche della primavera, ordunque?”

"Sì, quell'anno mi privarono della primavera, e di tante altre cose, ma io ero fiorito ugualmente, mi ero portato la primavera dentro, e nessuno avrebbe potuto rubarmela più".

 

Da “L’amore ai tempi del colera”, di Gabriel García Márquez

 

1.       America Latina e dintorni

 

Ed eccoci qui, a cercare di comprendere come si vive in America Latina, in piena pandemia.

Alla data del 19 maggio i contagi nel continente sudamericano hanno raggiunto quota 540.000, i morti accertati sono poco più di 30.000. Il Brasile ha superato la Gran Bretagna nella triste classifica mondiale, con 254.000 contagi e 17.000 morti registrati. Seguono Perù (88.000) e Messico (48.000), mentre sopra i 5.000 contagi ci sono anche Cile, Ecuador, Colombia, Repubblica Domenicana, Panama e Argentina (7.500).

El Salvador si assesta su poco meno di 1500 contagi e 30 decessi.

Ma tralasciamo per un attimo i numeri, e cerchiamo di riflettere su ciò che sta succedendo; vi propongo perciò alcuni articoli, questa volta tutti in italiano

Il primo, ancora di Maria Galindo, boliviana, femminista e trasgressiva, è “Mi sono svegliata piangendo”, che trovate qui in italiano https://comune-info.net/mi-sono-svegliata-piangendo/; una riflessione toccante sul rispetto dei morti, perché non diventino, molto banalmente dei rifiuti.

Il secondo, che trovate qui http://www.labottegadelbarbieri.org/il-brasile-verso-un-governo-autoritario/è di David Lifodi; in questo testo: “Brasile: una deriva inarrestabile” David ci aiuta a comprendere la complessa situazione del Brasile.

E sempre David Lifodi, in “America Latina: emergenza femminicidi”, http://www.labottegadelbarbieri.org/america-latina-emergenza-femminicidi/ci ricorda quale è ancora oggi, nel tempo della pandemia, uno dei problemi più gravi del continente, la violenza sulle donne.

Uscendo dalla realtà latinoamericana, ma ancora con uno sguardo sul mondo fuori dalle nostre quattro mura, ecco una analisi puntuale di Marinella Correggia, sulle “Mascherine anticovid: l’altra faccia dell’usa e getta”, su buoni e cattivi esempi, su impatto ambientale e smaltimento, sulle alternative, sulla sicurezza vera e presunta, e su come l’Africa soffra ancora una volta le nostre scelte.http://www.labottegadelbarbieri.org/tag/assoforma/

Mantenendo un’attenzione speciale sulla realtà salvadoregna, ci piace segnalare tra le varie storie di cittadini nati in altri Paesi e che ora vivono in Italia, raccontate in prima persona, raccolte dall’associazione Todo cambia di Milano, quella di Fior Di Loto, studentessa-lavoratrice e volontaria, venuta da El Salvador; ecco come inizia la sua storia:

 

“Mi chiamo Fior di Loto sono una studentessa-lavoratrice. Provengo da El Salvador e abito in Italia da cinque anni insieme a mia sorella e suo figlio.

Prima di questa emergenza, la mia era una vita pesante, piena di sfide e di attività. Ero sempre di corsa, sempre a pensare a cosa fare, o dover farlo, sia per quanto riguarda il lavoro che gli studi.

Da poco avevo iniziato una nuova attività di volontariato in un centro sociale. Mi occupavo di formazione ai nuovi migranti arrivati, più che altro latinoamericani.

Anche il lavoro che stavo svolgendo era in ambito sociale, un progetto che mi piaceva molto.

Ho molti amici di diverse nazionalità, e cercavo di frequentare almeno una volta al mese quelli più stretti. Andavo pure a trovare mia madre che lavora come badante e mi vedevo col mio ragazzo.

Posso dire che mi ritengo fortunata per come la mia vita stava funzionando. ….”

Trovate il seguito del racconto di Fior di Loto e altre storie migranti qui https://todocambia.net/voci-migranti-ai-tempi-del-corona-virus/. Chi volesse collaborare con questo progetto e/o raccontare la propria storia può scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Infine, dato che l’isolamento sociale e le norme di distanziamento che hanno privilegiato all’inizio della fase due la famiglia, suscitando un dibattito acceso su chi sono i familiari e gli affetti, ecco un articolo di Coral Herrera, “Gli amori compagni”, tradotto dalla nostra socia Elisa Medrano: forse un po’ lungo ma interessante https://drive.google.com/open?id=1CJMiBKulNjmurH60C2K2VWluzfsRRauj

 

2.       El Salvador

Raccontare ciò che è successo in El Salvador in questo mese richiederebbe molto tempo e spazio; per non annoiarvi, vi propongo alcuni temi, con indicazioni bibliografiche, se avete voglia di approfondire.

 

Innanzitutto, il tema dei migranti: la pandemia ha messo in evidenza la debolezza dei sistemi di protezione dei bambini ed adolescenti negli stati centroamericani, ma anche gli abusi della politica migratoria, in particolare degli Stati Uniti, che, con la scusa dell’emergenza sanitaria, hanno ristretto ancora di più i diritti dei migranti. Proprio negli Stati Uniti, lo scorso 26 marzo, il Centro per il Controllo e la Prevenzione delle malattie ha emesso l’ordine al Departament of Security degli Stati Uniti di limitare l’accesso al territorio statunitense ed evitare che i Centri di detenzione si trasformino in fonti di propagazione del COVID. A causa di questa disposizione, fino alla prima settimana di aprile, si contabilizzavano quasi 400 bambini e bambine centroamericani espulsi; contemporaneamente, il Messico ha accettato di ricevere dal grande vicino fino a 100 persone al giorno, di nazionalità centroamericana, detenute alla frontiera dalla polizia degli USA. Si calcola che almeno 62.000 persone siano accampate alla frontiera settentrionale del Messico, sotto il protocollo “Quédate en México”, in attesa che le corti statunitensi esaminino le loro richieste di rifugiati; continuano a vivere in accampamenti con condizioni igieniche e sanitarie al limite della decenza. Molte volte sono talmente esasperati da decidere di inviare soli i propri figli, con la speranza, sbagliata, che non siano fermati alla frontiera. È risaputo inoltre che da metà marzo, l’Ufficio Immigration and Customs Enforcement degli USA, ha deportato con più di 70 voli verso undici paesi sudamericani i latinoamericani residenti nel paese e giudicati indesiderati. C’è da sottolineare che tra i paesi di destinazione spiccano Brasile e Ecuador, tra i più colpiti dalla pandemia. In particolare 12 voli avevano come meta El Salvador, ben 21 il Guatemala, 18 l’Honduras; la maggioranza di questi voli sono partiti dagli aeroporti di Brownsville, in Texas, e Alexandria, in Lousiana. Entrambi gli aeroporti sono amministrati dalla GEO Group, una delle più grandi imprese private che gestiscono prigioni statali e federali negli USA. https://desinformemonos.org/ninez-migrante-sin-proteccion-entre-estados-unidos-mexico-y-centroamerica-ante-covid19/

 

In secondo luogo, il tema delle donne, in particolare quelle maggiormente penalizzate dalla pandemia. Proprio il primo maggio, giorno dedicato ai lavoratori, il Sindicato de Trabajadoras Domesticas de El Salvador (SITRADOMES), ha emesso un comunicato, in cui si richiedono maggiori garanzie per le donne, soprattutto in questa emergenza sanitaria. Dall’inizio della quarantena, in El Salvador, molte collaboratrici domestiche sono state rimandate a casa, senza nessun pagamento del salario dovuto o effettuato in maniera parziale. “Molte sono a casa, aspettando invano di essere richiamate nei propri luoghi di lavoro e di vedere finalmente il sospirato salario.” Afferma SITRADOMES. Occorre ricordare che El Salvador non ha mai ratificato la Convenzione 189 sulle lavoratrici e lavoratori domestici dell’OIL, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (l’Italia lo ha firmato nel 2013, quarto stato aderente all’OIL a farlo e primo in Europa), e per questo le lavoratrici del settore sono già normalmente poco tutelate.

 

Inoltre, il SITRADOMES ha voluto ricordare le molte donne lavoratrici del settore informale, che non hanno accesso al bonus di 300 dollari per le famiglie in difficoltà e che non possono rispettare le misure igieniche sanitarie imposte dai Decreti di Emergenza emanati dal Governo salvadoregno, mettendo ancora di più in evidenza la precarietà delle proprie condizioni lavorative. Infine, è urgente l’aumento del salario minimo delle collaboratrici domestiche, un salario minimo non adeguato al costo della vita, aumentato in modo considerevole all’inizio di quest’anno, quando incominciò a scarseggiare un prodotto fondamentale nell’alimentazione salvadoregna, i fagioli, determinandone un aumento del prezzo sul mercato. L’ultimo aumento era stato decretato nel 2017 durante il secondo governo del FMLN, con una percentuale che variava dal 20 al 141%, a seconda della categoria considerata.

https://revistalabrujula.com/2020/05/01/sindicato-de-trabajadoras-domesticas-exigen-garantias-laborales-ante-despidos-por-pandemia/

Sempre nella giornata del Primo maggio, in alcuni mezzi di comunicazione alternativi, si è voluto ricordare la situazione delle donne, includendo le trans, che per necessità o per scelta, si dedicano al lavoro sessuale. È indispensabile ed urgente richiedere allo Stato Salvadoregno la garanzia dei loro diritti, perché la pandemia ha messo ancora più a nudo la vulnerabilità sociale del settore. In tutto il mondo, anche all’interno dei movimenti femministi, c’è un grande dibattito sul tema del lavoro sessuale, dividendosi tra le sostenitrici dell’abolizionismo, che ritengono che le prostitute lavorando sempre, in maggior o minor misura, forzatamente, sono sottoposte ad una  forma di violenza contro le donne che va necessariamente abolita, e chi invece è fautrice del regolazionismo, difendendo la prostituzione come lavoro, reclamando di conseguenza per chi lo esercita gli stessi diritti di qualsiasi lavoratore o lavoratrice, con il riconoscimento delle specifiche necessità, come ad esempio una attenzione medica adeguata. Non bisogna dimenticare che in El Salvador la situazione legale delle lavoratrici sessuali è incerta, perché questo lavoro non è regolato da nessuna norma attinente al mondo lavorativo, ma contemporaneamente non è penalizzato dal Codice Penale. Ricade invece sotto la giurisdizione della Legge relativa alla Tratta delle Persone, quando però è esercitata da minorenni o comunque non volontariamente.

Karen Rivas, avvocata dell’Associazione Las Mélidas, afferma che “in El Salvador le lavoratrici sessuali sono più di 50.000, e proprio per loro sarebbe necessario una omologazione di normative nazionali ed internazionali che ne tutelino il rispetto, la non discriminazione e l’accesso al diritto ad una vita libera di violenza”. In questo contesto, ancora più vittime sono le donne trans, la cui identità non è ancora riconosciuta e proprio per questo troppo spesso il lavoro sessuale è l’unica loro possibilità di sostegno economico per sé e per la propria famiglia. Nell’articolo https://revistalabrujula.com/2020/05/01/sindicato-de-trabajadoras-domesticas-exigen-garantias-laborales-ante-despidos-por-pandemia/molte sono le storie di donne che raccontano perché si dedicano al lavoro sessuale. Sono le storie di Patricia, 66 anni, Karla, 49 anni e Daniela di 38 anni; tutte trans, tutte costrette a scappare molto giovani da villaggi dell’interno del paese e a rifugiarsi in capitale, dedicandosi a questo lavoro come una forma possibile di sostentamento; ora che il Sindaco di San Salvador ha chiuso il centro storico della capitale, sono disperate perché non possono più esercitare nemmeno questa attività. Una di loro, con lucidità e con un pizzico di dignità, afferma che “Noi, lavoratrici sessuali vendiamo fantasia, non vendiamo amore né il nostro corpo”.  Inoltre, da quando governa Bukele, la Secretaría de Inclusión Social è stata definitivamente chiusa, gli abusi e le discriminazioni  che subiscono le persone sessualmente diverse non sono più né denunciati né stigmatizzati. Così, ad esempio, le persone con diversità sessuale, a cui è stato diagnosticato l’AIDS, hanno enormi difficoltà ad accedere all’assistenza medica di cui avrebbero diritto: lo Stato di Emergenza Nazionale, per loro, è doppiamente penalizzante e la paura cresce ogni giorno di più. Testimonianze qui https://www.contrapunto.com.sv/sociedad/salud/comunidad-lgbt-con-vih-respira-el-miedo-del-estado-de-emergencia-nacional/13714

-       Il 26 aprile, la Secretería de Prensa de la Presidencia de El Salvador ha postato su twitter alcune terrificanti fotografie, in cui si vedono file di uomini seminudi, sedati sul pavimento, sotto gli occhi delle guardie penitenziarie delle prigioni salvadoregne; la dicitura era la seguente: “Il direttore dei Centri Penali (del paese), Osiris Luna Meza, ha informato che da oggi non esisteranno più le celle separate per i membri di ciascuna pandilla, da questo momento abbiamo mescolato tutti i gruppi terroristici in tutti i centri penitenziari”. È la guerra dichiarata alle pandillas, da parte del Presidente Bukele. Per comprendere ciò che è successo, occorre fare un salto indietro: da quando Bukele ha preso in mano il potere, i dati ufficiali ci informavano trionfalmente che la media degli omicidi giornalieri in El Salvador era diminuita drasticamente, assestandosi su 3-4 al giorno, persino con alcuni giorni senza nessun omicidio. Ma il 24 aprile qualcosa è cambiato: 23 omicidi in un giorno solo, il giorno seguente 13 e la domenica 14. La risposta di Bukele è stata immediata: ha minacciato i pandilleri di aumentare la repressione nelle carceri (e le foto nel twitter ne sono la dimostrazione), ha dato la colpa all’opposizione per non aver sostenuto il suo Plan Estratégico e infine ha ordinato alle forze militari e poliziesche di far uso “della forza letale” contro i pandilleri”. Si è addirittura offerto di pagare, con fondi pubblici, la difesa di chi assassinerà membri delle maras (Salvini è niente al confronto). Le sue posizioni sono state immediatamente riprese nell’Assemblea Legislativa, dove uno dei deputati suoi accoliti, Guillermo Gallegos, ha proposto, per l’ennesima volta, la pena di morte. Rimandiamo alla bibliografia riportata qui sotto per l’approfondimento di questi temi, ma proponiamo alcuni spunti di riflessione, su cui ritornare successivamente: innanzitutto le misure adottate dal Governo Bukele nell’affrontare il problema della sicurezza hanno dimostrato la propria fragilità; probabilmente, la diminuzione degli omicidi era stata una scelta delle bande criminali, che ora devono necessariamente rialzare la testa, per non perdere il proprio controllo sociale. In secondo luogo, in questo frangente, Bukele ha dimostrato ancora una volta e in modo sempre più sfacciato, il proprio atteggiamento antidemocratico e quasi dittatoriale, suscitando proteste e reazioni da associazioni e organizzazioni sia nazionali che internazionali, che hanno parlato esplicitamente di torture fisiche e morali a persone si private di libertà per ciò che hanno commesso, ma che sono sempre persone, con una propria dignità. Gli storici ci hanno ricordato una data fatidica nella storia recente di El Salvador: il 18 agosto del 2004, nel Centro Penal La Esperanza (che nome emblematico …) a San Salvador, ci fu un massacro, una battaglia campale come fu allora definita dai mezzi di informazione, la resa dei conti, conclusasi tragicamente con 32 corpi per terra, irriconoscibili per la brutalità a cui erano stati sottoposti, e molti altri feriti, tra le due fazioni delle bande giovanili. Da quel momento, per evitare altre carneficine, si decise di separare i membri di bande rivali. Le decisioni assunte in questi giorni da Bukele e dalla Direzione dei Centri Penali non fa ben sperare per il futuro.

      Sergio Pérez Gavilán, giornalista di ASILEGAL, in un articolo pubblicato il 30 aprile su Desinformemonos, così conclude le sue, amare, riflessioni: “Bukele sta creando una crisi che andrà ben oltre sia la pandemia che il suo mandato, e i salvadoregni, specialmente i più poveri, vulnerabili e dimenticati dallo stato, dovranno pagare queste scelte nei prossimi anni, perché il tessuto sociale e umano del paese rimarrà disgregato per decenni”. Speriamo che questa previsione pessimistica non sia la realtà.

      https://www.contrapunto.com.sv/politica/gobierno/prorroga-de-ley-de-emergencia-genera-tension-en-territorio-salvadoreno/1386

      https://www.contrapunto.com.sv/politica/gobierno/prorroga-de-ley-de-emergencia-genera-tension-en-territorio-salvadoreno/13860

      https://www.contrapunto.com.sv/politica/sociedadcivil/uca-el-comite-no-es-una-plataforma-donde-se-toman-decisiones/13816

      https://www.nodal.am/2020/05/los-centros-de-contencion-en-el-salvador-un-infierno-para-quienes-rompen-la-cuarentena/

      https://www.pressenza.com/it/2020/05/el-salvador-e-honduras-altri-problemi-per-washington/

      E molto interessanti sono le prese di posizione del direttore di IDHUCA, José M.Tojeira (www.uca.edu.sv): nell’ultimo articolo, datato 17 maggio,  affronta il tema dei 4000 salvadoregni bloccati fuori dal paese, in un braccio di ferro tra La Corte Costituzionale Salvadoregna che “ordina” al Governo di consentire il rientro ed il Governo che, con anche giustificati motivi precauzionali dovuti alla pandemia, sta lavorando nella direzione dell’organizzazione del rientro con troppi ritardi e silenzi.

      Nonostante la pandemia, ci sono state alcune iniziative di protesta contro il Governo Bukele ed il suo atteggiamento sempre più dittatoriale, sempre meno rispettoso dei diritti della popolazione e dell’autonomia dei diversi poteri dello Stato.

     La notte del 12 maggio, a partire dalle 20 di sera, centinaia di salvadoregni che vivono nella capitale sono stati sorpresi da un incredibile rumore, che ha coinvolto diverse vie della capitale: erano fischietti, clacson di automobili, per far capire che non tutti stanno accettando in silenzio le politiche di Bukele. E il rumore sordo della protesta è continuato nei giorni successivi.

     Già il primo maggio era stato lanciato sui social questo messaggio, un tuitazo nacional, che si richiama al fatto che il Presidente Bukele ama esprimere la propria opinione ma anche informare sui Decreti emessi tramite twitter.

                     

 

 

      Sui media, incominciano ad aumentare i siti ed i riferimenti non accondiscendenti alle politiche di Bukele: oltre alla solita ARPAS, riflessioni ed analisi interessanti sono portate avanti da Profesionales por la Transformación de El Salvador, il gruppo La planadora Roja, presente in facebook e che raggruppa giovani simpatizzanti del FMLN, ed il Colectivo de analisis covid 19, presente in twitter, che tra l’altro pone anche un problema economico, legato ai centri di detenzione per chi viola le misure di emergenza approvate: alla data del 23 maggio, le persone confinate sono quasi 13.000 e rimangono rinchiusi almeno per trenta giorni; se ogni pasto costa poco meno di 4 dollari, la “spesa” dello Stato è di circa 5 milioni di dollari; allora, a quale ditta o impresa è stato appaltato questo servizio??

       Inoltre, da metà aprile, gli abitanti delle colonie periferiche della capitale salvadoregna hanno iniziato ad esporre alle finestre ed alle porte delle proprie semplici case bandiere bianche, o vestiti e pezzi di stoffa sempre bianchi come segnale di allerta: perché si rendono conto di essere allo stremo delle forze e di non avere più a disposizione viveri sufficienti per mangiare nei giorni successivi. La protesta, poco alla volta, come spesso succede grazie ad un tam tam informale ma diffuso, si è esteso ad altri quartieri periferici e in condizione di estrema miseria. 

      Qui testimonianze e fotografie che parlano da sole sulla disperazione della gente

      https://www.nodal.am/2020/05/cacerolazos-contra-bukele-en-la-capital-y-banderas-blancas-para-exigir-alimentos/

      https://revistalabrujula.com/2020/05/15/habitantes-de-las-margaritas-en-soyapango-sin-comida-y-sin-ayuda-del-gobierno/

      Sul giornale digitale El Faro, il 14 maggio, in un breve trafiletto, si racconta la storia emblematica di una famiglia molto povera che ha percorso tre chilometri a piedi, dalla propria casa alla periferia della capitale fino alla Chiesa di San Francesco d’Assisi, per ricevere quel pacco di viveri a cui avevano diritto, essendo stati inseriti nella lista dei beneficiari. Il capofamiglia, H.Q, ha 67 anni e a causa del diabete è praticamente cieco ed ha diritto ad un accompagnatore; sua figlia, L.Q., 35 anni, è rimasta paralizzata quattro anni fa perché coinvolta in un conflitto a fuoco; si muove con la sedie a rotelle, quasi sempre accompagnata dal figlio, A., di 18 anni; il gruppo familiare è stato fermato dal controllo di polizia che impedisce l’entrata al centro di San Salvador: ma loro non si sono arresi e dopo aver evitato il cordone sanitario, percorrendo a piedi alcune grandi vie di percorrenza, sono riusciti finalmente ad arrivare, stremati, a destinazione.

      Ed ancora, ecco le iniziative di resistenza e collaborazione con le minoranze indigene nahuat, ridotte ormai a poche migliaia, che cercano di sopravvivere nell’occidente del paese.

-        Ma non tutto è negativo in El Salvador, o solamente problematico: ejécat in nahuat significa vento. Ed EJÉCAT UFG 2020 sarà il nome del ventilatore che l’equipe medico sanitario del laboratorio di nanotecnologia dell’Istituto di Scienza dell’Università Gavidia di San Salvador ha appena terminato di progettare, per poter aiutare i pazienti con difficoltà respiratorie, colpiti dal COVID 19. Il nuovo ventilatore è stato costruito utilizzando tecnologie 3D, è già stato ufficialmente registrato e consegnato al Ministero di Salute, per la sua approvazione finale. Il costo di produzione di ciascun ventilatore ruota intorno ai 5.000 dollari e si spera nella collaborazione di istituzioni pubbliche e private per la sua realizzazione su larga scala, per permetterne il successivo utilizzo. https://www.nodal.am/2020/05/el-salvador-cientificos-crean-respirador-automatizado-para-pacientes-con-covid-19/  e qui le informazioni specializzate sul ventilatore https://observatoriocovid19.sv/iniciativas.html.

      A proposito di medici, nel mese di aprile, Bukele ha esercitato il proprio diritto rifiutandosi di approvare, oltre ad altri Decreti, quello approvato dall’Assemblea Legislativa che prevedeva una assicurazione speciale per il personale medico sanitario, in prima linea in questa situazione di emergenza; la motivazione è stata ufficialmente soltanto di carattere economico, ritenendo il Presidente che non si siano eseguiti studi e proiezioni sufficienti per verificare l’impatto di questa misura sul bilancio dello stato salvadoregno. https://www.nodal.am/2020/04/el-salvador-bukele-veta-normativa-que-brindaba-seguro-de-vida-a-trabajadores-de-la-salud/Non possiamo chiudere la riflessione su El Salvador senza il dovuto omaggio a Roque Dalton, poeta salvadoregno, di cui ricorre in questo mese l’85° anniversario della nascita e il 45° del suo assassinio, i cui responsabili non sono ancora stati condannati. Il MUPI, Museo de la Palabra y de la Imagen lo ha ricordato così, mentre in italiano ecco una bella riflessione, in cui si fa riferimento al libro di Emanuela Jossa, nostra compagna di strada da molti anni. http://www.labottegadelbarbieri.org/roque-dalton-poeta-comunista-rivoluzionario/#comment-135038

 

 

 

 

 

El Salvador: dove soffia il vento

El Salvador: dove soffia il vento

Un respiratore che si chiama ejekat (vento in náhuat) e un presidente che fa l’extraterrestre

di Maria Teresa Messidoro *

Adivinanzaj,

ini taya

patani wan te kipia iejtapal

taishpitza wan te kipia se iten

mijkwani wan te kipia ijikshi

Tay ini taya?

-Ne ejekat –

(indovinello in lingua náhuat 1)

Ejekat in lingua náhuat significa dunque vento (attenzione, il náhuat è la lingua originaria di El Salvador, distinta dal náhuatl che ha invece radici nel territorio messicano 2).

I Náhuat pipiles a occidente, i Lenca e i Cacaopera a oriente del paese, sono gli ultimi tre popoli autoctoni che ancora sopravvivono oggi nel paese centroamericano: ma nel 2008, l’Atlante delle lingue del mondo in pericolo di estinzione, prodotto dall’Unesco, dichiarava praticamente estinte la lingua lenca e la cacaopera, mentre il náhuat si trova comunque in una situazione  critica, dato che appena 200 persone sono ancora in grado di parlarlo correttamente.

Senza poter approfondire qui la situazione attuale del popolo náhuat 3, con la sua storia di sofferenze, discriminazioni e lotte, mi interessa ricordare che soltanto nel 2004, grazie alla riforma dell’articolo 63 della Costituzione Politica di El Salvador “si riconoscono i popoli indigeni, e si adotteranno le politiche necessarie per mantenere e sviluppare la loro identità etnica e culturale, la loro cosmo visione, i loro valori e la loro spiritualità”.

Ed è dunque significativo che l’equipe medico sanitaria del laboratorio di nanotecnologie dell’Istituto di Scienza dell’Università Francisco Gavidia di San Salvador, abbia deciso di chiamare EJÉKAT UFG 2020 il respiratore che ha appena terminato di progettare, per poter aiutare i pazienti colpiti dal COVID 19, con difficoltà respiratorie.

Il nuovo respiratore è stato costruito utilizzando tecnologie 3D, ed è già stato ufficialmente registrato e consegnato al Ministero di Salute, per la sua approvazione finale. Il costo di produzione di ciascun esemplare sarà circa di 5.000 dollari e si spera nella collaborazione di istituzioni pubbliche e private per la sua realizzazione su larga scala, per permetterne il successivo utilizzo 4.

A proposito di medici, nel mese di aprile, il presidente salvadoregno Bukele ha esercitato il proprio diritto di veto rifiutandosi di rendere operativo, oltre ad altri decreti, quello approvato dall’Assemblea Legislativa che prevedeva una assicurazione speciale per il personale medico sanitario, in prima linea in questa situazione di emergenza; la motivazione è stata ufficialmente soltanto di carattere economico, ritenendo il Presidente che non si siano eseguiti studi e proiezioni sufficienti per verificare l’impatto di questa misura sul bilancio dello stato salvadoregno 5.  Questo veto è singolare perché spesso lo stesso Bukele ha definito “eroi” medici ed infermieri, troppe volte senza le protezioni di sicurezza personale necessarie per affrontare l’epidemia e senza l’adeguato addestramento nel trattamento dei pazienti colpiti da COVID; a fine aprile erano circa centocinquanta i lavoratori di salute in quarantena per aver contratto il virus o come misura preventiva, per essere stati in contatto con pazienti contagiati.

Il riferimento alla mancanza di fondi nel bilancio del Ministero di Salute è inoltre perlomeno curioso, dato che a metà marzo Bukele aveva ufficialmente comunicato l’inizio della costruzione dell’ospedale più grande di America Latina nel parco del Centro Internacional de Ferias y Convenciones, con un grande investimento economico; questo ospedale, divenuto l’emblema della sua gestione durante la pandemia, si ritrova oggi, a pochi giorni dalla sua prevista inaugurazione, con un ritardo di almeno del 73% nella sua costruzione.

Ma si sa, Bukele non ha bisogno del vento che gli soffi a favore …

L’immagine non è uno scherzo, è apparsa realmente sulla sua pagina twitter, il mezzo che Bukele preferisce per comunicare con la gente. Quella stessa gente che apprezza le sue capacità “extraterrestri” e si dimentica del suo veto sulla assicurazione per medici e infermieri, sul rientro in patria di almeno quattro mila salvadoregni bloccati all’estero e sulla proposta di alcuni deputati di far accedere ad una forma di assicurazione sociale chi ha perso il lavoro, in forma definitiva o temporanea.

Vedremo se il dio ejekat inizierà a soffiare da qualche altra parte.

1. Traduzione: Indovinello:

Cos’è?/ Vola e non possiede ali/ Soffia e non ha una bocca/ Si muove e non ha dei piedi/ Cos’è?/ - il vento.

2. https://distintaslatitudes.net/historias/reportaje/nahuat-se-resiste-morir-el-salvador

3. https://www.culturalsurvival.org/news/la-lucha-para-salvar-un-pueblo-los-nahuat-pipiles-de-el-salvador-0 in questo articolo, pubblicato a maggio 2020 sul sito dell’organizzazione Entremundos e ripreso da Cultural Survival’s, Alejandro Ramiro Chán Saquic, politologo guatemalteco, affronta in modo esauriente il tema del popolo náhuat.

4. https://www.nodal.am/2020/05/el-salvador-cientificos-crean-respirador-automatizado-para-pacientes-con-covid-19/

5. https://www.nodal.am/2020/04/el-salvador-bukele-veta-normativa-que-brindaba-seguro-de-vida-a-trabajadores-de-la-salud/

Nota: L’immagine iniziale è tratta dal calendario náhuat, elaborato l’anno scorso dal Ministero dell’Educazione di El Salvador, che si può trovare qui https://www.mined.gob.sv/noticias/noticias/item/9973-calendario-nahua-2019-ano-7-akat

L’attuale Ministero di Cultura di El Salvador propone invece la Casa de los vientos, come sede di esposizioni artistiche, rifacendosi proprio al termine Ejekat, con cui è stata nominata una delle sale del centro culturale. Vedere http://www.cultura.gob.sv/conoce-la-particular-casa-de-los-vientos/

*Vicepresidente Associazione Lisangà culture in movimento, www.lisanga.org

 

 

 

 

 

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