DOPO LE ELEZIONI IN EL SALVADOR, IN MEZZO AL PUEBLO ROJO

DOPO LE ELEZIONI IN EL SALVADOR, IN MEZZO AL PUEBLO ROJO

di Maria Teresa Messidoro, vicepresidente Associazione Lisangà culture in movimento

Quando andai la prima volta in El Salvador nel 1986, in piena guerra civile, era allora Presidente José Napoleón Duarte, del Partido Democrata Cristiano; ma in quegli anni, poco importava chi fosse presidente, il potere era saldamente nelle mani dei militari e delle quattordici famiglie oligarchiche che controllavano il paese centroamericano. Finita la guerra e firmati gli Accordi di Pace nel 1992, l’organizzazione guerrigliera FMLN, Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional, riuscì a trasformarsi in partito, opponendosi allo schieramento di destra rappresentato dal partito di ARENA, Alianza Republicana Nacionalista. Le aspettative rispetto alle tornate elettorali ora erano diverse, ci si aspettava che El Salvador non si dimenticasse di cosa era stato responsabile ARENA durante il conflitto armato. Ma non fu così: fino al 2009 governò la destra oligarchica. 

Nel 2004, quando Antonio Saca, di ARENA, sconfisse Shafik Handal, rivoluzionario storico del FMLN, stavo viaggiando in aereo proprio per raggiungere El Salvador; le comunicazioni non erano facili come ora e mi ricordo che il viso deluso del personale di bordo della Taca, la compagnia aerea di bandiera di El Salvador, ci fece capire chi aveva vinto. Non erano ancora maturi i tempi per un “presidente guerrigliero”. Ma nel 2009, quasi inaspettatamente, l’FMLN, presentando come candidato l’indipendente Mauricio Funes, vinse le elezioni. Così, quando nel 2014 decisi di tornare dopo dieci lunghi anni in El Salvador, non ebbi nessun dubbio: scelsi di iscrivermi come Osservatore Internazionale al processo elettorale, condividendo l’entusiasmo di un partito e di un pueblo rojo, pronto a scommettere su Salvador Sánchez Cerén, anche lui ex guerrigliero. Anche se a fatica, in un ballottaggio i cui risultati rimasero incerti per diversi giorni, l’FMLN vinse per una manciata di voti; l’atmosfera che si percepiva allora era di festa, una grande vittoria popolare, quasi simile al ritorno in capitale nel 1992, alla fine della guerra, dei guerriglieri che si erano nascosti ed avevano combattuto in montagna per un ideale di giustizia e di pace; anche nel 2014 ci si sentiva forti, forse non invincibili, ma certamente capaci di accogliere le aspettative della gente e trasformarle in pratiche politiche. Poi, in questi cinque anni, qualcosa è successo, o meglio, non successo.

E così, oggi, noi ancora ostinatamente vicini al popolo del pulgarcito de América, che non merita nemmeno una nota in un telegiornale o in giornale digitale, ci risvegliamo con un presidente né del FMLN né di ARENA, Nayib Bukele, candidato di GANA, Gran Alianza por la Unidad Nacional.

Al di là delle analisi politiche ufficiali, mi interessa capire quali scenari ora si aprono nel paese, quali sono le prospettive di governo, il difficile compito della sinistra ufficiale ai minimi storici (meno del 14%) e dei movimenti popolari. Intervisto alcuni salvadoregni, residenti nel paese o migranti, professionisti che lavorano in città ed esponenti di realtà comunitarie ancora vivaci e ben presenti nel tessuto sociale.

Francisco Vicente F.G. è stato rappresentante del Frente in Italia negli anni ’80, per stimolare la solidarietà internazionale verso un popolo in armi contro le ingiustizie. Ritornato in patria, lavora in modo precario ma resta a galla, mantenendo buoni contatti con esponenti del partito, delle istituzioni e degli stessi movimenti popolari. Rappresenta un prezioso filo di connessione tra noi e El Salvador, pragmatico e lucido nelle sue analisi. Ha 64 anni.

Lui commenta così il risultato: “molti analisti sostengono che la vittoria di Nayib è il risultato di una strategia politica, capace di raccogliere il sentire della popolazione, stanca del bipartitismo ARENA FMLN, sorto nel post guerra, un conflitto ideologico incapace di sconfiggere concretamente privilegi e corruzioni; meglio, molto meglio scommettere su una alternativa politica, più fresca, meno conflittuale, con un leader capace di guardare avanti verso un secolo nuovo.  Ma dal 1 giugno 2019 Nayib dovrà stringere delle alleanze perché conta su pochi deputati in Assemblea Legislativa e la scelta con chi stare sarà determinante per il futuro.”

Miriam E., settantenne pensionata dopo anni di lavoro in organizzazioni non governative salvadoregne, profondamente legata all’Arcivescovado di San Salvador e alla testimonianza di Mons. Romero, esprime in fondo una sorta di soddisfazione nel vedere puniti sia l’FMLN che ARENA, definiti “ladroni e corrotti”; ovviamente non ha mai votato destra, né ARENA né GANA, però questa situazione era diventata secondo lei insostenibile.

Dialogando con militanti del Frente, il giudizio su Bukele non ammette equivoci: Gerardo C., 24 anni, figlio di ex guerriglieri, ora assunto in una cooperativa di risparmio e credito, vede il rischio, con il nuovo governo, della sospensione di programmi sociali; sua sorella, Carolina, poco più che trentenne, bibliotecaria, spera che il nuovo governo non distrugga ciò che è stato costruito dagli ultimi governi di sinistra, perché “la gente povera si dimentica i risultati e le migliorie realizzate negli ultimi anni”.

Sabrina D., 38 anni, da dieci anni in Italia, perfettamente inserita a Milano, lavoro da segretaria, ci dice che “questa vittoria di Bukele è una ulteriore sconfitta per il popolo salvadoregno, è la fine di molte illusioni di cambiamento; ma occorre sperare che il nuovo governo sia effettivamente in grado di realizzare almeno parte di ciò che ha promesso”.

Orlando C., 33 anni, laureato in lavoro sociale, impegnato in progetti comunitari, si aspetta “che il governo Bukele – Gana riesca a consolidare ciò che ARENA non riuscì a realizzare. Potrà quindi privatizzare l’acqua, la salute e l’educazione ed i beni dello stato, cancellare o derogare la legge che proibisce le miniere; non solo: tenterà di continuare con il progetto di ingerenza in El Salvador dei gringos, favorire le grandi imprese anche attraverso l’evasione fiscale, cancellare alcuni dei benefici sociali raggiunti, ritenendo l’assistenzialismo non necessario”.

I giudizi sull’operato del FMLN non lasciano dubbi sulla percezione popolare, anche di molti militanti del partito, sul suo operato e su cosa dovrebbe fare per non scomparire.

Blanca, sposata con un figlio, 31 anni, studentessa universitaria nel corso di infermieristica per poi lavorare nel campo del sociale al servizio della propria comunità rurale, spera che “l’FMLN si rinnovi nella sua dirigenza”; come afferma Veniero G., italiano, pensionato, da anni in El Salvador: “Il Frente deve cambiare strategia e dirigenti”. Rincara la dose Sergio C., cinquantenne, per anni in esilio in Europa, sindacalista da sempre: “Speriamo che non sia troppo tardi per il Frente, che dovrebbe porre fine alla sua complicità con l’enorme corruzione che ha coinvolto molti dei suoi dirigenti; la cupola deve forzatamente cambiare, riconoscere i propri errori e attuare in una forma più coerente con i propri ideali se non vuole nel giro di pochi anni diventare completamente irrilevante.”

Sergio ci ricorda anche che “i movimenti sociali di sinistra devono allontanarsi dalle influenze del partito FMLN, rinnovare il proprio pensiero e dare spazio urgentemente ad un cambiamento generazionale”.

Regina S., 56 anni, architetto in capitale, senza mai aver lavorato per il governo ma, ci tiene a precisare, senza mai essere stata di destra, appartenente ad una famiglia che ha pagato di persona il prezzo della guerra e della repressione, è ancora più esplicita: “La cupola di dinosauri senza scrupoli del Frente deve cedere il passo e consentire una revisione dei propri ideali ed obiettivi. Perché il pueblo ha voluto punirli per essersi sentiti traditi da un pugno di ex combattenti che si sono arricchiti, dando soltanto briciole al popolo, travestite da programmi sociali”.

“Solo con un cambiamento profondo non solo nella dirigenza ma anche in tutta la struttura del FMLN, a ogni livello, insieme ad una profonda revisione delle organizzazione sociali, permetterà di recuperare un poder popular, in cui possa confidare e credere un popolo disilluso”: è il pensiero di Rodil I., 37 anni, attualmente assunto nel Municipio di Cinquera nel campo ambientale.

Ancora Francisco: “Hugo Martínez, il candidato presidenziale del Frente, aveva terminato la campagna elettorale, ricordando nel suo discorso Farabundo Martí, Luna e Mario Zapata, dirigenti comunisti fucilati nel 1932, quando si compì il peggior massacro di contadini ed indigeni della storia salvadoregna e non solo; ha ricordato anche S. Handal, tutto questo per toccare le corde più intime del suo uditorio, per riscaldare i cuori e ricercare un collegamento con le lotte popolari precedenti; questo accenno è corretto, per avere sempre presente dove e quando nacque il Frente; ma è sufficiente? Per i duri militanti sì, per i simpatizzanti forse no! Perché lo sguardo al passato non deve impedirci di cambiare il presente per costruire un futuro differente”.

Gilberto R., ventinove anni, presidente della Junta Direttiva di una comunità rurale autogestita, sottolinea che le organizzazioni ed i movimenti esistenti oggi in El Salvador non hanno alternative: saranno costretti a difendere ciò in cui credono e per cui lottano, non è una opportunità, è una necessità; ma non tutto è negativo, perché, sempre secondo Gilberto, ancora una volta la composita realtà sociale sarà in grado di camminare a fianco di un partito, capace di svolgere il proprio ruolo politico, determinante per riconquistare il proprio ruolo di protagonista nel paese centroamericano. I lunghi anni della guerra hanno dimostrato proprio l’importanza di un ampio fronte sociale a fianco delle organizzazioni militari guerrigliere vere e proprie, ciascuno con le proprie caratteristiche ma in un continuo intercambio ed arricchimento reciproco.

Duro compito per un partito di sinistra, così come per le molteplici organizzazioni popolari forse un po’ smarrite. Duro ma non impossibile.

Perché il pueblo rojo ritroverà energia, forza, dirigenza nuova, capace di costruire un altro pezzo della propria storia, in El Salvador come in tutta un’America Latina in difficoltà ma non ancora sottomessa.

Ojalá así sea.

 

 

 

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